FARO SUI NEGOZI
LECCE: La città a due velocità. Giù 273 saracinesche. Boom B&B +368,6%
Tra il 2012 e il 2025 Lecce ha perso quasi 300 attività commerciali ma ha guadagnato 272 locali tra ristoranti e alberghi: l’analisi di Confcommercio.
A Lecce il commercio cambia pelle. In tredici anni la città ha perso 273 negozi al dettaglio mentre, nello stesso periodo, sono nate 272 nuove attività legate soprattutto alla ristorazione e all’accoglienza. Non è una semplice rotazione di insegne, ma una trasformazione strutturale dell’economia urbana: il commercio tradizionale arretra mentre avanzano food, ospitalità e servizi legati alla presenza di visitatori. I numeri raccolti dall’Ufficio studi Confcommercio su dati delle Camere di Commercio nel periodo 2012-2025, fotografano con chiarezza questa svolta. Il commercio al dettaglio passa da 1.727 imprese a 1.454, con 273 attività in meno e un calo del 15,8%. Nello stesso periodo alberghi, bar e ristoranti crescono da 668 a 940 imprese: 272 attività in più e un incremento del 40,7%. Due traiettorie opposte che disegnano una città sempre più orientata all’accoglienza.
La contrazione del commercio tradizionale emerge con forza analizzando i singoli comparti. Le edicole scendono da 54 a 22, con un crollo del 59,3%. I distributori di carburante passano da 56 a 24 (-57%). I negozi di mobili e ferramenta calano da 157 a 104 (-33,8%). Abbigliamento e calzature scendono da 226 a 151 (-33,2%). Libri, cartolerie e giocattoli passano da 100 a 67 (-33%). Anche il commercio alimentare di vicinato arretra: i negozi di prodotti alimentari e bevande scendono da 213 a 164 (-23%).
Arretrano anche altri segmenti del commercio urbano. Gli esercizi non specializzati, che comprendono piccoli supermercati e minimarket, passano da 160 a 137 (-14,4%). Profumerie, fiorai, gioiellerie e negozi per la cura della persona scendono da 65 a 57 (-12,3%). I tabaccai registrano un calo più contenuto, da 53 a 49 (-7,5%), confermando la relativa stabilità di un settore storicamente resiliente.
Nel frattempo crescono altri ambiti. Il commercio legato all’e-commerce, alla vendita porta a porta e ai distributori automatici passa da 38 a 70 imprese (+84,2%), segno della digitalizzazione dei consumi. I negozi di computer e telefonia passano da 29 a 32 (+10,3%), mantenendo una sostanziale stabilità tra vendita fisica e online. Il commercio ambulante rappresenta invece un caso a sé: nel 2012 le imprese erano 372, salite fino al picco di 493 nel 2019 e poi ridiscese a 379 nel 2025, tornando sostanzialmente ai livelli di partenza dopo le oscillazioni legate anche alla pandemia.
Parallelamente cresce il settore della somministrazione e dell’accoglienza. I ristoranti passano da 176 a 249 imprese (+41,5%). Rosticcerie, gelaterie e pasticcerie crescono da 114 a 156 (+36,8%). L’unico segmento in calo è quello dei bar, che passano da 294 a 264 (-10,2%), forse per il cambiamento delle abitudini di consumo o per la concorrenza di nuove formule di ristorazione e caffetteria.
Il dato più impressionante riguarda però l’ospitalità extra alberghiera. Le cosiddette “altre forme di alloggio” – bed and breakfast, case vacanza e affitti brevi – passano da 51 a 239 imprese: un aumento del 368,6%. È il segno più evidente della trasformazione di Lecce in una destinazione consolidata dell’accoglienza. Cresce anche il settore farmaceutico: le farmacie passano da 28 a 42 (+50%), probabilmente per effetto dell’invecchiamento della popolazione e della crescente domanda di servizi sanitari di prossimità.
Dietro questi numeri si intravede una trasformazione urbana evidente: il centro storico si riempie di ristoranti, locali e strutture ricettive, mentre il commercio tradizionale perde progressivamente terreno. «Nel centro storico di Lecce stiamo assistendo a un vero e proprio boom di attività legate al food e all’ospitalità – osserva Maurizio Maglio, presidente di Confcommercio Lecce – ma non è un fenomeno solo leccese. È una trasformazione che riguarda molti centri storici italiani». Secondo Maglio le cause sono diverse. Le saracinesche si abbassano per vari motivi: spesso manca il ricambio generazionale, perché i figli dei commercianti scelgono altre strade. In altri casi i negozi faticano a restare sul mercato. Se per giorni non si incassa diventa difficile sostenere i costi. A questo si aggiunge l’impatto dell’e-commerce, cresciuto molto negli ultimi anni». Ma il commercio di vicinato non è soltanto un fatto economico. «Svolge anche una funzione sociale. Nei negozi si creano relazioni, diventano punti di riferimento per chi vive nei quartieri, soprattutto per le persone anziane. Quando chiude il negozio sotto casa non perdiamo solo un servizio commerciale, ma anche un pezzo di comunità».
Per questo, secondo Maglio, servono analisi e politiche mirate. «Bisogna studiare i flussi, capire chi frequenta le città e quali sono le esigenze di chi le vive. Solo partendo da questi dati si possono costruire programmazioni efficaci». C’è poi il nodo dei costi. «Molti commercianti aprono la mattina con centinaia di euro di spese già sulle spalle tra affitto, utenze e personale, ancora prima di aver incassato. Servirebbero anche interventi nazionali, come una cedolare secca sugli affitti dei locali commerciali, per incentivare l’abbassamento dei canoni». Infine l’appello ai consumatori: «Se vogliamo mantenere vive le nostre città dobbiamo tornare a comprare nei negozi sotto casa».












